TESTI PUBBLICATI

Alberto Giuffrida, "Una strada su tela", omaggio al libro di Malù Cortesi intitolato "Un filo d'Iran", Salvioni Editore, 2019, patrocinato dalla Fondazione Pierino Ambrosoli,  La Regione, 21.01.2020

 

Ho appena terminato la lettura del diario di viaggio dell’amico Malù Cortesi intitolato “ Un filo d’Iran” e, come mi accade sempre quando giungo all’ultima pagina di un testo che mi ha dato qualcosa in più, mi sento un po’ orfano, abbandonato e persino triste. L’ho letto tutto d’un fiato, immergendomi in modo quasi catartico nelle sue pedalate intelligenti, nelle fatiche prodotte da salite apparentemente impossibili, vedendo con i suoi stessi occhi panorami incantati, incontrando persone deliziose e situazioni di pace. Ho sentito il vento caldo sulla mia pelle – talvolta amico e talaltra ostile -   la sabbia sul mio corpo e, ancora di più, ho vissuto con lui il piacere dell’incontro e del dono dell’ospitalità. Durante queste gelide prime giornate del  gennaio 2020, frastornato dalle tristi notizie che giungono da una terra  martoriata, il diario di viaggio di Malù ha riaperto in me un mondo quasi dimenticato poiché anch’io, come tanti e preso nella morsa di una quotidianità frenetica che chiude l’obiettivo sul piccolo e sempre uguale mondo che ci circonda, finisco spesso nel  tranello del “non vedere al di là del mio stesso naso”. Ho riflettuto a lungo ed ho pensato che quando si dice “siamo tutti fratelli”, in fondo, non si sta dicendo né una banalità né una bestemmia poiché, se c’è davvero qualcosa che accomuna gli esseri umani fra loro, vicini o lontani, è che siamo tutti figli di qualcuno, di una madre, di un padre e di una terra natìa.

Forse anche perché da sempre legati da un profondo vincolo di amicizia fraterna, ho viaggiato con lui e con lui avrei voluto vivere quelle amicizie che nascono dalle situazioni più impensate e difficili: amicizie che segnano l’anima e danno un senso all’esistenza ma, soprattutto, generano rispetto tra le persone e nei confronti dei luoghi.

Ho molto apprezzato il suo stile di scrittura che ricorda i grandi della “beat generation” degli anni ’50 dello scorso secolo e dai quali molti di noi sono stati influenzati. Uno stile diretto, sincero e schietto, coerente con la forma espressiva dove lui si sente maggiormente  a suo agio - la pittura – e dove trova posto anche la parola forte, ancorché mai volgare, utilizzata per sottolineare stati d’animo difficilmente traducibili altrimenti. Uno stile che, per sua stessa natura, rende il suo viaggio palpabile, tangibile, attraverso un’ unica sinestesia che avviluppa il lettore in una miriade di sensazioni inestricabili e che rende “la strada una tela accessibile a tutti”.

Ho anche pensato, in quanto ‘uomo di scuola’ (così come lo è il caro amico Malù), che sarebbe utile e bello proporre agli studenti, soprattutto quelli di seconda media, alcuni brani del diario di viaggio ed alcune diapositive al fine di rendere più attrattiva la trattazione del capitolo di storia dedicato all’Islam, spesso fugacemente affrontato, non fosse altro che per allargare l’obiettivo su un altro modo di leggere quella realtà e riconoscere quanto sia stato grande il contributo offerto da questi popoli alla nostra storia occidentale in epoca medioevale (si pensi alla medicina, alla matematica, all’architettura ed alle arti). Ma non solo: leggere le riflessioni di Malù sui temi del rispetto, dell’amicizia e dell’ospitalità potrebbe essere di grande aiuto all’insegnante che sa e vuole interpretare il suo ruolo educativo in modo più incisivo, ad esempio stimolando la riflessione circa il  dilagante malcostume della violenza gratuita. Educare alla tolleranza, all’inclusione ed all’accettazione di ciò che viene identificato come “diverso” – si sa-  richiede grande impegno, tanto per l’insegnante quanto per gli allievi. Ma è una sfida che vale sempre la pena di affrontare, soprattutto considerando i benefici che se ne possono trarre  tra i quali, ad esempio, spiccano i concetti che le Persone non vanno giudicate per le loro apparenze e che comunque hanno sempre qualcosa da offrire. Educare alla tolleranza, a corti discorsi, significa educare alla virtù e corre parallelamente all’educazione alla Libertà ed all’assunzione della responsabilità sociale.

Eh sì, caro Malù, perché  ho l’impressione che  dei due termini latini Hostis (-nemico) e Hospes (-amico), di radice simile ma all’origine di significati opposti (ad esempio ostile e ospitale, ma ve ne son molti altri!) per motivi storici sui quali non mi dilungo, vi sia purtroppo, un po’ dappertutto ed in molti settori della vita sociale la tendenza a far prevalere il primo piuttosto che il secondo. Dico “purtroppo” perché far prevalere l’ostilità ed il rifiuto sull’ospitalità e la cortesia, oltre che stimolare l’intolleranza, non fa certamente diventare grande il cuore, così come è grande il tuo.

Alberto Giuffrida

psicologo

 

Sanremo e dintorni: “Parlarne bene o parlarne male non importa, purché se ne parli”. No grazie!

(testo non pubblicato)

Si tratta di un’arbitraria quanto esaustiva interpretazione di un famoso aforisma  di Oscar Wilde contenuto nel suo capolavoro “Il ritratto di Dorian Gray”(1890),  che narra di un giovane la cui straordinaria bellezza era stata immortalata dall’amico pittore Basil Hallward, su commissione di Lord Henri W., cinico ed accanito sostenitore dell’importanza del piacere personale e della giovinezza intesa come unico bene da possedere. In virtù di un gioco intriso di seduzione, dapprima scettico, Dorian Gray cadrà nel tranello diabolico tesogli finemente da  Lord Henri e, a viva voce, sosterrà di voler rinunciare alla propria anima se in cambio gli verrà concessa l’eterna giovinezza e se i segni del tempo e  dei peccati non compariranno  sul suo volto reale, bensì su quello ritratto su tela. Sentendosi così libero dallo spietato giudizio di una coscienza ormai delegata alla tela, Dorian Gray percorrerà le vie della scelleratezza, della spregiudicatezza e dell’immoralità, fino a quando, fermatosi ad osservare il ritratto, non vedrà apparire sul volto una prima traccia della sua stessa crudeltà. Malgrado ciò, Dorian Gray  continuerà a dedicare la vita alla ricerca del proprio piacere, all’egoismo ed alla noncuranza delle regole, pur consapevole che l’immagine del dipinto inesorabilmente si stava trasformando ed  imbruttendo. Anche il tentativo di neutralizzare il ritratto nascondendolo  in un polveroso e vecchio locale fallirà. Dorian Gray morirà con un pugnale conficcato nel cuore, lo stesso pugnale che aveva usato per uccidere l’amico Basil e con il quale aveva trafitto in un momento di rabbia la tela che lo ritraeva in modo orripilante. Il suo cadavere verrà ritrovato dalla servitù che constaterà due elementi: appeso al muro, il ritratto di un giovane e splendido Dorian Gray  e, a terra, il cadavere sanguinante di un vecchio sfigurato dalle rughe.

 

Il perché di questo lungo excursus sulla citata opera di Oscar Wilde (che invito calorosamente a leggere) è presto detto. Il romanzo, pubblicato nel 1890, in un periodo quindi in cui il flusso e la velocità dell’informazione erano meno rapidi delle tre caravelle di Cristoforo Colombo, è di straordinaria attualità se si pensa alle imbecillità che imperversano attualmente sui Media in merito ad un fatiscente, inopportuno, inutile ed irrispettoso Festival di Sanremo (che qualcuno ha ribattezzato “san scemo”). Le dichiarazioni di un piccolo Amedeus, personaggetto  incolto che nemmeno troverebbe posto nel bellissimo libro di Ermanno Cavazzoni intitolato “Vite brevi di idioti”, così come idioti saranno alcuni testi che allieteranno le serate di chi, invece, farebbe meglio a trascorrerle al bar con gli amici, e presumibilmente brutte saranno le note e gli accordi che – ahinoi! -  faranno rivoltare nella tomba Verdi, Puccini e De André, costituiscono lo scenario peggiore di un declino morale ormai in atto da tempo; lo spezzone di un mondo mandato in rovina da chi non conosce altri aggettivi se non quelli ormai ritriti di “bella”, “giovane”,  rivelatori di subcultura tanto arrogante ed aggressiva quanto infinitamente povera di contenuti.  Una “culturetta” a basso costo che, come sempre, prende di mira i più deboli,  le donne o alcune parti di donne – culi, tette e fighe, per essere precisi! – ma mai la loro capacità di pensare, di gestire, di essere madre e di amare. Una “parte per il tutto” destinata a far da boomerang quando, come nel “ritratto di Dorian Gray”, appariranno le prime rughette ed i primi fiatoni nel salire i gradini di un palcoscenico dove l’imbecillità dove l’imbecillità di chi si esibisce si mischierà inesorabilmente a quella dello spettatore più disattento ed impreparato. Una parte per il tutto che, a ben pensarci, nasconde in chi vuol  fare il sapientone potente ed arrogante una fottuta paura di affrontare l’Altro nella sua integrità, come se, nel suo intimo,  già fosse convinto che – in fondo – chi è più predisposto a  perdere la partita  è proprio lui. E’ noto: nell’impossibilità di fronteggiare un “tutto che mette in crisi”, meglio isolarne una parte, caricarla negativamente e renderla totalità:  l’intolleranza è piena zeppa di tali meccanismi.

 

E noi che siamo vecchi, forse brutti, ma senz’altro non banali qualcosa possiamo ancora fare. Tre consigli. Il primo: essere consapevoli che anche navigando con le Tre vecchie e lente Tre Caravelle si può ancora andare lontano (e che il tempo non è mai perso); il secondo: amare le proprie rughe perché sono un segno della nostra saggezza; terzo: durante le serate del festival di Sanremo, spegniamo la TV, andiamo al bar con gli amici e facciamo rivivere le nostre città. Anche stare con i propri figli, chiedere loro “come stai” oppure leggere un buon libro può essere d’aiuto.

Inoltre (ma ciò che sto per dire non è un suggerimento poiché dovrebbe essere scontato), non va dimenticato che soprattutto la Scuola può ancora giocare le sue carte, ad esempio concedendo agli insegnanti maggior tempo (sottraendolo alla burocrazia?) da dedicare all’educazione alla bellezza, alla saggezza, allo spirito critico, … e per ascoltare i propri allievi.

Forse, così facendo, potremo ancora sperare che i nostri giovani non vengano costretti a credere che sia sufficiente una maschera per nascondere i propri difetti, visibili e meno visibili, sentendosi oltretutto legittimati (per imitazione)  a ferire prossimo.

Quindi, parlare bene o parlare male, purché se ne parli? No grazie!  Forse è preferibile non parlarne affatto!

 

LINGUA MATERNA E LINGUE SECONDE

Riflessioni relative al primo dibattito in vista delle elezioni cantonali del  7 aprile (RSI)

(apparso sul Corriere del Ticino in data 21 febbraio 2019)

“Giù i piedi dalla cadrega!”, “impara a suonare quel zufolo!”, “cercasi segretaria con lingue”, sono alcune citazioni tratte da una mia raccolta personale di orrori linguistici apparsi un po’ ovunque; ovunque la lingua di Dante venga presa a calci nella bocca dello stomaco. E ancora: “posso il giornale?”, chiede gentilmente un addetto ai lavori nel bel mezzo dell’aula docenti. “Posso fare che cosa? – chiedo -  vuoi mangiarlo facendo zuppetta nel cappuccino? Ti serve per scacciare le mosche o, più semplicemente, vorresti leggerlo?”

“Di ville, di ville! di villette otto locali doppi servissi (…) di villoni ripieni” scriveva, con piena consapevolezza dello strafalcione, C.E. Gadda il quale aveva rinunciato tristemente e malvolentieri alle sue ambizioni letterarie (riprese però più tardi) per iscriversi alla facoltà di ingegneria elettronica, oggi politecnico di Milano.  Si può quindi essere consapevoli dello strafalcione, ad esempio nell’utilizzo del discorso indiretto libero, soprattutto quando si vuol lasciar dire la verità alla vox populi o alla parlata dialettale.  Laddove, invece, la consapevolezza viene a mancare, lo strafalcione diventa l’evidenza del segno lasciato da un ignoto rossetto  sulla camicia del marito.

Si è parlato di molte cose, ad esempio di una “scuola assistenzialista” che coccola i giovani come una mamma premurosa, oppure di riforme calate dall’alto che non tengono conto delle opinioni delle famiglia, degli allievi e dei docenti (domanda: ma a quel tavolo, sedevano donne e uomini di scuola?).

E, in particolare, è stato toccato il tema delle lingue seconde (non secondarie), con particolare riferimento all’ipotesi di introdurre lo studio del tedesco in prima media o addirittura dell’infarinatura in salsa inglese già a partire dalla scuola dell’infanzia. O, ancora, dell’inopportunità di eliminare la lingua francese in prima media per far posto a quella tedesca, in quanto – come sostiene il Direttore del DECS –  scelta operata dai suoi predecessori i quali  pensavano in modo pedagogico e non utilitaristico, ritenendo  che la lingua di J.J. Rousseau fosse più “vicina” a quella italiana. A tale proposito si fa strada in me il ricordo di una studentessa ticinese che, tenuta a presentare un resoconto nell’ambito di un seminario all’Università di Ginevra, traduceva pedissequamente con un dissennato “pericle” il termine italiano “pericolo”. La somiglianza, caro Direttore, spesso non aiuta, soprattutto se applicata allo studio delle lingue! Anche la lingua spagnola, di primo acchito, sembrerebbe simile a quella italiana (e al dialetto ancora di più), ricordando però che la parola “nipote” si traduce con “sobrino”  e che le due non fanno neppure rima. Mi creda, sarebbe più ragionevole proporre ai bambini della scuola dell’infanzia l’apprendimento lingua cinese, articolata suoi suoni e sulla musicalità!

Trascorsi i tempi in cui la teoria delle “tre i” la faceva da padrona (internet, imprenditoria, inglese), dimentichi della quarta “i” – quella di italiano, per intenderci! - ,  mi sembra che, da allora, siano stati fatti pochi passi in avanti per quanto riguarda il dibattito sull’importanza tanto dell’italiano quanto delle lingue seconde.  Lingua e linguaggio sono sistemi (o sistemi di sistemi) che permettono di tradurre i pensieri  in  parole, possibilmente assumendo un carattere sociale, quindi condivise, inserite pertanto nel vasto territorio della comunicazione. In quanto tali, lingua e linguaggi devono essere necessariamente sorrette, oltre che dal desiderio o dalla necessità di comunicare, anche da facoltà e strutture logico-matematiche soggiacenti di cui ne rivelano le competenze che permettono al discente di esprimere il proprio pensiero critico.  Apprendere una lingua, di conseguenza, non è soltanto un esercizio ripetitivo e stancante di regole grammaticali, ma è molto di più: significa soprattutto immergersi nella cultura da cui essa trae origine, ovvero la sua storia, la sua collocazione geografica, i suoi usi e i suoi costumi, la sua musica e le sue arti.  Un’ambizione pressoché impossibile, se vista dalla prospettiva di acquisire una lingua seconda, ma molto più plausibile (e percorribile) se vista dal punto di vista dell’acquisizione e dell’approfondimento della cosiddetta (e non a caso)  “lingua materna” o  lingua di insegnamento. L’approfondimento della lingua materna o d’insegnamento, a corti discorsi, dovrebbe corrispondere, a mio avviso, al fulcro fondamentale attorno al quale costruire il sapere negli allievi della scuola dell’obbligo. Scoprire, conoscere e fare propri i meccanismi che caratterizzano la propria lingua, compresi quelli che attingono dalle strutture logico-matematiche, non assume il valore di “auctoctionia linguistica” (non vorrei essere frainteso) ma, al contrario, permette di fissare alcune caratteristiche fondamentali – per non dire universali – che il discente potrà ritrovare o paragonare quando vorrà o dovrà affrontare una lingua seconda. Conoscere i meccanismi della propria lingua, insomma, costituisce il generatore frattale ed il metodo  su cui si baserà in futuro l’apprendimento di lingue straniere o seconde. Se la lingua fosse paragonabile all’acqua, non potrebbe mai essere definita chimicamente con la formula H2O poiché quest’ultima, semmai, definisce la sostanza al suo stato puro ed in modo teorico. Pur avendo la stessa origine, l’acqua del Verbano, del Ceresio, del fiume Maggia o quella che esce dai rubinetti delle nostre case non sono le stesse, insomma, ma fanno riferimento ad un modello teorico dal quale, nel contempo, prendono distanza sottolineandone sia le differenze sia le peculiarità. Parimenti, studiare una lingua seconda significherebbe scoprire affinità e discordanze tra ciò che è conosciuto e ciò che, invece,  è nuovo. Il modello (o la successione) diverrebbe allora il seguente: innanzitutto fissare e, successivamente, distinguere. Un po’ come dire: “Anche quella del lago Verbano è acqua, ma io bevo quella di casa mia, non perché sia più buona, ma perché la conosco!”

Non conto più le volte in cui, ahinoi, gli studenti di scuola media si lamentavano di non capire quali nessi ci fossero tra l’accusativo (in lingua tedesca) ed il generico concetto di “complemento oggetto”. Così come non riuscivano a capire (nemmeno io) perché, secondo le grammatiche,  “su” è una preposizione mentre il suo corrispettivo “giù” è un avverbio (forse perché le preposizioni articolate “sullo o sulla” che da esse derivano  sono  più carine e logiche di “giullo o giulla”? Oppure perché una regge l’accusativo e l’altro no?).

In modo provocatorio - e chiedo scusa - potrei sostenere che un ritorno allo studio della lingua latina costituirebbe  un vantaggio tanto per lo studio della lingua italiana quanto per quello delle lingue seconde. E, in modo altrettanto provocatorio, sostengo che l’approfondimento della lingua d’insegnamento, congiuntamente  a quello dei suoi parenti prossimi (storia, geografia, musica, arti ecc.) costituirebbe la chiave d’accesso  per lo studio di lingue e culture diverse. La scuola dell’obbligo già è dotata di queste risorse, per ora a mio avviso ancora troppo scollate tra loro (in prima media  la geografia si propone lo studio del Canton Ticino mentre la storia parte dalle culture mesopotamiche): forse un maggiore coordinamento e armonizzazione di questi insegnamenti  sarebbe auspicabile. Anche perché il nostro cervello non apprende “a compartimenti stagni”, ma funziona tramite progressive e sempre più complesse connessioni.  E, per cambiare la ruota di un auto, non occorre mettere quest’ultima a pancia in su (ma “su” è un avverbio o una preposizione?), ma la si può lasciare anche a pancia in giù!

Per concludere, onorevole Farinelli, è davvero convinto che Alptransit sia un asse che si articola unicamente da sud verso nord? Perché no il contrario, ovvero da nord verso sud? Crede davvero che, andando verso nord, passando per i poli e ritornando dall’emisfero sud verso il nord e poi, per finire, in Ticino quest’ultimo ne possa trarre dei benefici? Quanti anni ci vorranno per ridare luce e visibilità al nostro cantone? Oppure è semplicemente cosciente del fatto che l’asse nord-sud sia escluso per intima convinzione che le nostre bellissime città  ticinesi  sono ormai escluse dal giro economico? Se le nostre città – ripeto, bellissime – sono escluse, perché desertiche e disertate, non sarebbe più ragionevole dare vita ad una politica economica che le ravvivi, ad esempio creando un polo di management turistico che renda attrattiva questa meravigliosa parte del mondo?

“Buongiorno , posso parlare con il signor Tal de’ Tali?”

“Si” -  risponde una voce dai forti accenti svizzero-tedeschi. Ed aggiunge: “Aspetti che assaggio!” Voleva dire: “Aspetti che provo a collegarla”. Ma si sa, le traduzioni sono spesso rese difficili dalla mancanza di una cultura di fondo, tanto da nord quanto da sud! A meno che non si voglia ammettere che la lingua d’incontro sia quella di Sturm Truppen.

Alberto Giuffrida

Swiss Center for International Education

 

 

FOGAZZARO E PICCOLO MONDO ANTICO

(apparso sul Corriere del Ticino del 07 febbraio 2019)

Oltre trent'anni di insegnamento su un totale di sessantatre mi hanno portato a ritenere che non sempre le  certificazioni rendono atto della formazione ricevuta. Il caso della cosiddetta maturità, fra tutte le certificazioni, è in questo senso il più illustrativo, a tal punto da aver subito nel corso degli anni mutamenti profondi e sostanziali, soprattutto per quanto riguarda l’impiego del termine utilizzato (ad esempio sostituzione del termine Maturità con quello di Esame di Stato). Lo scivolamento sulla catena dei significati, con il termine “Maturità”,  assume contorni a dir poco inquietanti e generatori di equivoci.

In Natura con l’aggettivo “maturo” si designa un raggiunto livello di sviluppo, quasi come se, al di là di quello, iniziasse un vertiginoso quanto feroce processo di declino e di marcescenza (concetto che toglie nobiltà allo sforzo profuso dalla Natura).

Tentando di uscire dall’ingorgo creato dalla successione sviluppo-declino applicata al territorio della “Maturità”, le psicologie contemporanee ci parlano invece della complessità  fra vari fattori  - taluni ascendenti, come la crescita fisiologica,  altri discendenti, come la vista e l’udito – che si compenetrano e si intrecciano in modo dinamico, dando luogo ad un processo di continuo arricchimento della personalità che si fissa in alcuni snodi principali  e si rivela nelle scelte decisionali, nella capacità di superare ostacoli e crisi, nell’acquisizione dell’autocontrollo e dell’autonomia di pensiero, nella responsabilità civile, nella coscienza e nell’autostima.  Per sintetizzare un tema affascinante come questo, potremmo dire che ogni tappa o “snodo” si compie nel suo livello di maturità inteso come punto d’arrivo o – meglio – d’equilibrio tra forze e risorse non sempre in accordo tra loro (“Quand'ero piccolo amavo i vecchi…..Perché dai vecchi io apprendevo la saggezza, apprendevo e stavo a sentire quello che mi dicevano.“ E. De Filippo)

Applicato al campo della conoscenza e del sapere, che cosa può allora significare maturità? Potremmo tagliare il discorso affermando che si tratta dell’esame che certifica la fine del ciclo di studi dell'istruzione secondaria e dà accesso alle Università. Ma, evidentemente, non basta! Che cosa “certifica” la maturità dal punto di vista delle conoscenze? Se vivessimo nel medioevo, la risposta sarebbe la seguente: la maturità certifica che lo studente, oltre  a conoscere i contenuti specifici delle singole discipline, è in grado di utilizzare i seguenti strumenti trasversali: la lectio (lettura), la quaestio (individuazione di problemi), la disputatio (comprensione e messa in discussione) e la determinatio,  ovvero la capacità di saper operare una sintesi finale, metodo che ritroverà nel corso degli studi universitari. Sono portato a ritenere che siano questi gli aspetti fondamentali  che permettono di certificare la presenza o meno dell’uomo assennato e maturo. E, soprattutto, sono convinto che siano questi gli aspetti che permangono nel tempo, aspetti che gli permetteranno di affrontare qualsiasi nuovo argomento con metodo e serietà.  Basti pensare che, nell'arco di soli pochi mesi dopo il conseguimento di un diploma, una percentuale piuttosto alta di nozioni acquisite va semplicemente persa o dimenticata. Le nozioni permangono soltanto nella misura in cui queste vengono costantemente applicate, esercitate e ripetute secondo una metodologia ben radicata. Se ponessimo a molti una domanda a bruciapelo, ad esempio forzandoli a ricordare la formula del teorema di Pitagora oppure la coniugazioni di alcuni verbi irregolari in italiano o in francese, forse ne metteremmo in imbarazzo la maggior parte. Ma non é questo il punto poiché, si sa, la forza attrattiva della dimenticanza è nell'essere umano una caratteristica piuttosto nota. Altro discorso, invece, è quello relativo all’acquisizione di una metodologia di pensiero, agli aspetti trasversali del sapere, più difficilmente oggetti di dimenticanza, soprattutto se utilizzati nelle pratiche professionali.

Nel tentativo di rispondere alla domanda “che cosa certifica la maturità”, vi è però dell’altro! Lo sforzo profuso nell’atto richiesto dallo studio, ovvero l’allenarsi, ripetere ed esercitare.

Proviamo ad operare una diversa scelta di campo: pensiamo alla musica o allo sport! Il musicista, così come lo sportivo, ottiene risultati soddisfacenti, buoni o eccellenti solo e soltanto se il lavoro di preparazione è stato consono agli obiettivi fissati prioritariamente. Il concerto del solista o la gara, nel caso dello sportivo, costituiscono il punto di arrivo di un precedente lavoro di preparazione minuzioso e serio. E' d'altro canto noto che, solo qualche giorno dopo la prestazione, raramente né l'uno né l'altro riusciranno ad ottenere gli stessi risultati, probabilmente a causa di un’allentata tensione prodotta dalla prestazione. Orbene, il punto cruciale qui in considerazione, a proposito dei recenti avvenimenti, è allora un altro. Se un Istituto di formazione deve ricorrere alla strategia dell'aiutino (o aiutone) significa, secondo il ragionamento appena espresso, che già lui stesso non è convinto del lavoro di preparazione svolto o - peggio - è cosciente delle sue stesse carenze sul piano della formazione. E allora, perché portare all'esame allievi impreparati? Che aiutino potrebbe fornire il maestro di musica (o l'allenatore) cosciente delle abissali carenze dei propri assistiti? Studiare, leggere e ripetere le nozioni è un lavoro faticoso, è vero, così come è altrettanto vero che forse la nostra scuola sta sempre di più disabituando i giovani alla passione per lo studio, al sacrificio che questo necessariamente comporta. Si pensi, ad esempio, allo studio di uno strumento musicale ed alla sofferenza  che questo implica (sono un chitarrista); sofferenza che si trasforma in passione solo più tardi, ovvero quando le note e gli accordi escono dalle dita e dal cuore facendo  sognare tanto chi suona quanto chi ascolta. Anche nello sport gli esempi non mancano!

Tornando al discorso "maturità" è forse ora più chiaro che il momento dell'esame, in sé, conta molto meno del lavoro di preparazione ma, al tempo stesso, ne comprova il compimento.

 

Per concludere, “mutatis mutandis”, è  di conseguenza comprensibile il dissenso espresso da chi, incolonnato da ore in autostrada, davanti allo sportello di un ufficio o alla cassa del supermercato si vede scavalcare da chi ha speso molto e, proprio per questo motivo,  viene servito prima, meglio degli altri. Insomma, proprio un piccolo mondo antico.

Alberto Giuffrida

Psicologo

Swiss Center for International Education

 

 

VIOLENZA GIOVANILE: CHE FARE?

(Corriere del Ticino, apparso in tre edizioni: 18-20-24 gennaio 2018)

Il presente scritto contiene una riflessione che scaturisce da decenni di attività nell’ambito dell’educazione e della psicologia. Si tratta probabilmente di argomenti già trattati, ma ritengo che un loro rilancio non sia mai inutile se il desiderio è quello di raggiungere due fondamentali obiettivi: essere consapevoli della portata del fenomeno e tenere sempre alta la guardia.

Sia però chiaro che, all’interno di un mondo contemporaneo che sembra avere voltato le spalle alla ragione ed alla riflessione (rendendoci di conseguenza intellettualmente più pigri), se cerchiamo di dare una spiegazione a tale fenomeno, dobbiamo pure accettare di affrontare percorsi complessi che non si prestano ad un’immediata comprensione. Cionondimeno, cercherò di semplificare il più possibile l’argomento.

Oltre trent’anni di attività in qualità di psicologo e di insegnante non sono bastati a convincermi che l’animo dei nostri giovani sia mosso dalle forze del male. Ho piuttosto constatato quanto le storie personali di molti giovani siano segnate da traumi o “ferite” dolorose che tendono a riaffiorare in momenti e situazioni particolari che svolgono la funzione di detonatore.

Uno fra i motivi più evidenti dell’origine della violenza è già stato annunciato nell’incipit del presente articolo ed è proprio il “voltare le spalle alla ragione”, la rinuncia ad utilizzare lo strumento che più la caratterizza, ovvero la parola intesa come regno della soggettività e dell’enunciazione. L’uso della parola è l’antidoto più efficace contro la violenza in quanto permette di sostituire l’arma che si impugna con il dialogo tra persone, attraverso la riflessione comune, la comprensione e l’accettazione delle differenze. Una prima annotazione, quindi: forse non sappiamo più usare la parola!

Una seconda causa della violenza si nasconde proprio nella possibile ambivalenza che porta con sé la parola la quale, da sostituto dell’arma che si vorrebbe impugnare, può diventare essa stessa un’arma sottile, soprattutto attraverso l’uso dell’imprecazione gratuita, dell’ingiuria, dell’insulto, dell’umiliazione e della sopraffazione. Nel nostro mondo contemporaneo le armi delle voci grosse che s’impallano l’una con l’altra, dell’ingiuria e dell’insulto sono all’ordine del giorno, talvolta usate in modo automatico e ripetitivo, talaltra minuziosamente studiate da chi intende ferire un presunto nemico o la una controparte che esprime opinioni diverse dalle sue. Un mondo adulto che, per dirla tutta, non sta insegnando granché ai nostri giovani ma che, al contrario, fornisce modelli di comportamento negativi e talmente ripetitivi da apparire persino ovvi e normali. Una seconda annotazione, quindi: anche le parole possono diventare armi che feriscono!

E quante parole, pronunciate senza riflessione (spesso senza volontà di ferire) anche negli ambienti che dovrebbero fungere da culla dell’educazione, sono rimaste scolpite nella memoria dei giovani, degli scolari, dei “soggetti che apprendono”! La violenza subìta possiede una sua memoria: i maltrattamenti di ogni genere, le parole pronunciate senza meditare e vissute come un’umiliazione, hanno un loro destino che è ben lontano dalla loro stessa archiviazione; tali ricordi o tracce non sono sepolte  ma, al contrario e quasi per assurdo, permangono vive nell’inconscio e chiedono la loro riattivazione e la loro ripetizione. Le ferite lasciate dalla violenza subìta non assumono la forma di una cicatrice visibile sul corpo, sono cicatrici invisibili che fungono da “terreno fertile” su cui inserire contenuti o scenari simili a quelli già vissuti  e continuano ad esercitare su di essi una forza attrattiva. Una terza annotazione, quindi: le ferite non si cancellano, rimangono solo nascoste, tendono a riattivarsi ed a ripetersi!

Le parole buone, quelle cattive, i ricordi che non si cancellano non sono però elementi sufficienti a spiegare l’apparizione della violenza,  fenomeno che stiamo cercando di mettere a fuoco. Non bastano soprattutto in quanto essi si riferiscono quasi esclusivamente alla responsabilità del singolo individuo e non tengono conto di quanto importante sia riflettere  sull’azione nefasta esercitata da alcuni modelli sociali emergenti che “ingabbiano” ed ostacolano i processi utili alla presa di coscienza.

Uno fra questi modelli sociali è quello che impone la legge dell’usa e getta, una ricerca del “sempre nuovo”, un voltare pagina senza avere letto la pagina precedente, un modo di estinguere la vita prima che sia la vita ad estinguere se stessa, una velocizzazione che non lascia scampo né alla riflessione né alla possibilità di “aggiustare” ciò che si è rotto. Il frenetico bisogno di sostituire ciò che è vecchio  e la conseguente ricerca di ciò che è nuovo non soddisfa la vita, ma ripropone un punto di ri-partenza sempre uguale, ovvero quello dell’insoddisfazione prodotta da un vuoto, da “qualcosa che manca”. Una coazione a ripetere molto simile a quella che si riscontra nelle patologie del gioco in cui, in fondo, chi gioca non lo fa per vincere ma, paradossalmente, lo fa  per perdere, per ricostituire il desiderio di riempire un vaso di Pandora che rimane però sempre vuoto. Se si vincesse davvero, basterebbe una sola volta!

Un secondo modello di comportamento che sembra farsi strada è l’intolleranza alla frustrazione, come se fosse insopportabile ammettere il proprio fallimento e la conseguente assunzione dell’errore il quale – è bene ricordarlo -  è però sempre fonte di nuovi apprendimenti. La ricerca del successo personale, spesso pretendendo di investire il minimo sforzo per raggiungerlo o – peggio -  dandolo per scontato, espone al rischio di non sapere gestire l’insuccesso quando questo malauguratamente arriva, scatenando spesso reazioni incontrollate e rabbiose, ovvero la diretta conseguenza della mancata assunzione su di sé delle proprie responsabilità.

Come abbiamo visto, la violenza non ha una sola causa, ma è il risultato di una complessa interazione tra numerose concause di diversa origine tra le quali non va dimenticato l’uso dissennato dei nuovi mezzi di comunicazione, dei videogiochi a carattere violento o competitivo, il cyberbullismo.  Gli elementi evidenziati richiedono imperativamente di operare una sana riflessione, soprattutto nei settori che coinvolgono gli attori dell’educazione e della costruzione di una socialità mirata al miglioramento costante dell’opera di umanizzazione. Di conseguenza, la prevenzione deve agire a più livelli concentrando gli sforzi su quella che amo definire la “culla dell’educazione”: non soltanto la famiglia e la prima infanzia, ma anche la scuola, la formazione professionale e lo spazio sociale. Tali sono i territori delle nuove sfide.

Compiti della scuola: ma quale scuola?

Viviamo immersi in una cultura che chiede sempre meno sforzi, su molti piani, non escludendo nemmeno quello scolastico; una cultura goffamente democratica che illude di poter creare percorsi particolari attorno ad ogni individuo, senza però avere creato le condizioni per fare emergere i talenti, le abilità e le competenze su cui favorire realmente lo sviluppo armonioso delle personalità.

Perché è così ovvio chiedere a musicisti e sportivi che desiderano ottenere il successo di sacrificare il loro tempo libero nello studio e nella costante esercitazione   mentre, contemporaneamente, stiamo inventando una scuola che sembrerebbe chiedere meno sforzi, meno compiti a casa, meno studio, meno esercizio della memoria e, in definitiva,  meno approccio ad una cultura che renderebbe ricco interiormente ed umanizzerebbe ogni singolo individuo? E,  parlando ancora di scuola, perché è così scontato delegare unicamente alle famiglie il compito di educare ai “buoni costumi”, alla gentilezza ed alla compassione, rinunciando così ad una sua missione imperativa che consiste, invece, nel favorire lo sviluppo della coscienza civile in coloro i quali, presto o tardi, dovranno esprimere un parere  sugli argomenti del vivere comune?

Come tutti sanno, attualmente è in fase di sperimentazione una ri-visitazione intitolata  “la Scuola che verrà” , ulteriore cambiamento di paradigma volto a fronteggiare le nuove emergenze. Le linee guida che attraversano il progetto della “Scuola che verrà” vanno considerate comunque encomiabili, prima fra tutte l’idea di porre fine ai livelli A e B i quali, in particolare per le famiglie, hanno da sempre l’amaro gusto di una velata discriminazione.

Anche se gli ideatori del progetto insistono sul concetto di continuità con il passato, pongono al tempo stesso l’accento su alcuni aspetti innovativi che si sintetizzano nel titolo, come se si volesse sostituire il vecchio con il nuovo. Eppure la “scuola” da molti frequentata in passato non  era negativa a tal punto da richiedere un investimento economico così gravoso per il Cantone, soprattutto in un momento di evidente crisi economica. La scuola del passato ha comunque contribuito a formare  artigiani, insegnanti, medici, avvocati, musicisti, artisti, nonché madri e padri che, in un modo o nell’altro, hanno avuto successo nel corso della loro vita. Non è nemmeno detto, per contro, che la scuola “che è stata” abbia prodotto più disagi e casi sociali di quanti se ne producano oggi. Così come non è detto (perché non è scritto da nessuna parte e delle statistiche, soprattutto quelle di parte, c’è poco da fidarsi!) che il cambiamento di paradigma che si sta avverando, sia esso globale o parziale, costituisca una garanzia sufficiente ad arginare fenomeni sociali quali la violenza giovanile, l’abuso di alcool e droghe, ma anche altri disagi e patologie quali la depressione, la psicosi, l’autismo, l’anoressia e la bulimia, per le quali tutti noi, operatori scolastici ed educativi, rischiamo di abbassare la guardia.

Se vogliamo davvero garantire la continuità con il passato, anziché “mettere i baffi alla Gioconda”, dovremmo chinarci a riflettere su quali siano stati, in passato,  gli elementi caratterizzanti la riuscita scolastica, l’inclusione e, in linea generale, il benessere degli allievi e di tutti coloro i quali hanno successivamente assunto la responsabilità di essere “cittadini”. Per poter dare una risposta a questa domanda, ho personalmente riportato alla mente esperienze che mi sono state trasmesse da tanti amici, clienti, allievi oppure vissute in prima persona, concludendo che non soltanto la figura dell’insegnante ma,  in generale, quella dell’adulto e, soprattutto,  il senso della responsabilità che egli è in grado di assumere (o promette di assumere), svolge un ruolo centrale ed insostituibile nella “culla dell’educazione”, molto di più di tanti cambiamenti strutturali. Il mondo moderno, oggi più che mai, ha bisogno di fare un passo indietro, non per il gusto patetico di affogare nella malinconia, ma per il piacere di ritrovare alcune Verità fondamentali che sono state dimenticate: al di là dei tecnicismi, la scuola, la famiglia e l’intera società moderna, necessitano di un ritorno ad un umanesimo che metta al centro dell’interesse l’Uomo, in tutta le sue complessità ed unicità. E l’insegnante, così come l’adulto, è soprattutto un Uomo, una Persona dotata di amore per la conoscenza, di curiosità intellettuale e di pensiero creativo, dotata di una Parola che sa e vuole trasmettere.

Si impara tutto questo? Forse la teoria non basta! Per quanto riguarda la formazione dei futuri docenti, oltre alla preparazione nelle singole discipline, serve altro, ovvero una formazione di base che insegni loro a scoprire la nobiltà della professione di insegnante.

La “partita” la si gioca all’interno delle mura di un’aula scolastica, di un recinto che delimita lo spazio di una relazione intima e profonda tra docente ed allievo i quali, insieme, vengono trasportati ogni qualvolta a ri-scoprire la bellezza del sapere.

E’ però ovvio che delegare la responsabilità unicamente alla scuola, oltre che poco ragionevole, sarebbe anche fuorviante. Ogni adulto dovrebbe essere maggiormente attento alle sue responsabilità, a seconda delle sue possibilità; un po’ come se l’intero tessuto sociale fosse un’immensa aula scolastica!

La centralità della figura dell’adulto e l’idea di un “recinto che delimita, racchiude e protegge”

Vorrei estendere l’idea di un  “recinto che delimita, racchiude e protegge”, non soltanto alla famiglia ma, in genere, agli adulti che i giovani incontreranno nel corso della loro esistenza, poiché  il loro futuro dipenderà molto dall’assunzione di responsabilità che questi avranno saputo promettere e, soprattutto, mantenere. Un’ulteriore estensione dell’idea del recinto all’intero tessuto sociale costituirebbe un cambiamento radicale di paradigma che permetterebbe di rimettere l’adulto consapevole al centro del discorso.

In tal senso, potrebbe essere d’aiuto ritornare a considerare una visione d’insieme che consenta di focalizzare l’interesse attorno al discorso interiore, all’analisi ed alla rivisitazione  critica di se stessi, tanto come insegnanti quanto  come adulti responsabili.

Non so quanto le pagine precedenti abbiano potuto chiarire i motivi da cui è originata la violenza giovanile, ma sono certo che un intervento efficace non possa e non debba limitarsi a curare il sintomo quando è ormai troppo tardi. Il lavoro di prevenzione è fondamentale, deve chiamare in causa tutte le parti della società coinvolte nei processi educativi e formativi. Si tratta di un lavoro  lungo e laborioso ma, soprattutto, si tratta di un intervento che richiede un impegno lineare, costante e duraturo che non ammetta abbassamenti della guardia al primo segno di miglioramento della situazione: tutti gli attori devono  lavorare oggi per il bene di domani!

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi, allora Presidente del Governo del Canton Ticino, nel discorso di apertura pronunciato in occasione della “3a Conferenza Nazionale Giovani e Violenza”  tenutasi a Lugano il 21 maggio 2015 a Lugano, tra molte altre interessanti osservazioni a proposito  della messa a punto di una strategia cantonale di prevenzione della violenza che coinvolge i giovani, affermava che: “(…) la Strategia deve proporre un insieme articolato di iniziative che coinvolgano i diversi ambiti in un’ottica inter-settoriale e – quarto – deve soprattutto responsabilizzare i soggetti (le famiglie, i giovani, in particolare) favorendo i processi di integrazione e di rafforzamento delle loro competenze e delle loro reti sociali. Solo lavorando sul rafforzamento del tessuto sociale riusciremo a far diminuire in modo sensibile e duraturo il fenomeno della violenza che coinvolge i giovani”.

Una sana prevenzione del fenomeno deve partire da lontano, tenendo a distanza la tentazione di mettere in colpa un’intera generazione che – non dimentichiamolo – è figlia nostra, forse anche del benessere, ma sicuramente è figlia della vulnerabilità che abbiamo mostrato soprattutto nel non aver saputo gestire con autorevolezza scolari e figli, in virtù di un ingiustificato timore di perdere il loro amore.  Soprattutto dimenticando che si può anche essere autorevoli senza creare ferite che perdurano.

Alberto Giuffrida

Psicologo ed ex insegnante

gennaio 2018

 

IL "QUOTIDIANO" E I DISAGI DEGLI INSEGNANTI

(apparso sul Corriere del Ticino in data 19 aprile 2018)

Per oltre trent’anni e fino allo scorso settembre 2017 sono stato un “uomo di scuola”; una realtà che conosco quindi bene, soprattutto quella relativa alla Scuola Media dove ho prestato servizio dal 1989 al 2017.

Ho ascoltato con attenzione l’intervista del giornalista Alain Melchionda ad Emanuele Berger, Direttore della Divisione Scuola, nell’approfondimento del quotidiano dello scorso 29 marzo, e sento il dovere di esprimere alcune considerazioni a sostegno delle preoccupazioni sollevate dagli insegnanti  contenute nel servizio che l’ha preceduta. 

Citare Platone e Socrate (senza una benché minima contestualizzazione) per sostenere la perennità del decadente discorso relativo ad una gioventù che “ama il lusso, è maleducata, se ne infischia dell’autorità…” suona un po’ come voler cambiare la ruota dell’auto mettendo quest’ultima a pancia in su. Un’acrobazia retorica vana oltre che inutile: come dire che è sempre stato così ed è pertanto inutile lamentarsi. Un tentativo di ottenere la captatio benevolentiae da parte di chi è ancora convinto che il ruolo  di insegnante sia unicamente quello di trasmettere nozioni e non quello, ancor più nobile, di educare alla civiltà, alla socialità, al rispetto ed alla compassione. Se si mira ad edificare una scuola non soltanto funzionale ma, soprattutto, generatrice del cambiamento di una società che sta dando  palesi segni di smarrimento, le perplessità espresse dagli insegnanti vanno considerate con rispetto ed attenzione.

Tutto sembrerebbe muoversi attorno alla crescente difficoltà di ottenere attenzione, rispetto e disciplina. Non è una novità. Novità è semmai rendersi conto che nel corso degli ultimi anni, per vari motivi,  gli alunni  non ritrovano più il rapporto con un insegnante al quale dovrebbero invece riconoscere  il ruolo di maestro di vita, compito difficile, ma non impossibile.

Non si tratta di ritornare ad un rapporto insegnante/allievo identificato nella legge del padre-padrone ma neppure a quello di un fantasioso “siamo tutti uguali”, paradigma che negli ultimi vent’anni ha imperversato,  caratterizzando il modo di porsi di un adulto che – per un ingiustificato timore di perdere l’amore dei propri figli e della gioventù in generale – ha rinunciato al suo ruolo di guida e di modello in cui identificarsi. Il paradigma “narcisistico” di una finta uguaglianza  sfida e svilisce persino le più banali leggi della Natura e  non ha fatto meno danni del più antico ed ormai esaurito paradigma “edipico” della lotta tra padri e figli, delle contestazioni e delle rivolte. Anzi, ne ha fatti ancora di più poiché ha tolto all’insegnante la sua facoltà di gestire ed accompagnare, con autorevolezza, esseri umani nel loro divenire. Concordo invece con lo psicoanalista Massimo Recalcati quando lascia intendere che è semmai giunto il tempo di ritornare al paradigma di Telemaco, figlio di Ulisse, che guarda l’orizzonte del mare e spera che “qualcosa”  del padre gli ritorni sotto forma di una giustizia più giusta:  un padre che sappia ispirare al senso di responsabilità civile e del rispetto.

Posto in questi termini, il problema dell’insegnante si presenta in modo molto diverso. Pur non essendo un mestiere impossibile, quello di insegnante è un ruolo delicato ed espone a qualche rischio per la salute di un professionista dell’Educazione che deve sapersi muovere su più fronti, non soltanto su quello della trasmissione del sapere e del contatto diretto con gli allievi, ma anche su quelli del rapporto con le famiglie, dell’amministrazione, dell’aggiornamento, della responsabilità e della pressione sociale, dei rapporti interpersonali e collegiali spesso imposti dal sistema scolastico, oltre che su quello della vita privata. Per l’insegnante i generatori di ansia agiscono in modo sottile, senza quindi che egli  ne possa avvertire per tempo la reale portata; oppure li assume quando è ormai troppo tardi. Temi quali la responsabilità dell’atto educativo all’interno di un contesto culturale mutevole come quello che stiamo attraversando, la stessa riforma in atto, la gestione dei conflitti e dei  rapporti difficili con le famiglie non dovrebbero sfuggire al capo della divisione scuola. Il docente non è una macchina e, proprio per questo, rientra quotidianamente a casa con il fardello delle sue incertezze e delle preoccupazioni in relazione al futuro dei suoi allievi. Il disagio del docente, inoltre, non può emergere unicamente dai rilevamenti statistici (nella norma, secondo E. Berger), ma corrisponde ad un fenomeno sicuramente più vasto e sottile in quanto presuppone una non sempre facile ammissione delle proprie debolezze, spesso ritenendo più prudente rivolgersi a professionisti esterni al mondo scolastico.

Alberto Giuffrida

 

PARLIAMO DI SCUOLA?

(apparso su "Progresso Sociale", periodico dei Sindacati Indipendenti Ticinesi, anno 10, numero 78-79-80 – marzo 2014)

Una scuola di tutti, una scuola in movimento

 

Al di là di una moltitudine di definizioni date a questo termine lungo la storia, “scuola” è soprattutto un bene insopprimibile, un valore fondamentale di una società che si prende cura delle persone che la animano, con particolare riferimento alla gioventù ed al suo divenire.

Uno fra i primi cambiamenti terminologici che ci sono stati tramandati dalla cultura greca - ovvero quello che segna la trasformazione dal significato di  “tempo libero”  a quello di “luogo del tempo libero” - indica la delimitazione di uno spazio in cui si va per “erudirsi provando piacere” e dove si acquisiscono strumenti utili per poter comprendere la natura, ivi compresa quella umana, per imparare a formulare domande pertinenti e per trovare risposte adeguate ai quesiti posti dalla vita stessa e dalla conoscenza.

La scuola è quindi un luogo di crescita personale, di riflessione e di acquisizione di strumenti utili dai profili cognitivo, emotivo e sociale: in breve,  è preparazione alla vita ed alla molteplicità degli stati dell’Essere; una piattaforma mobile sulla quale devono trovare indistintamente posto, a partire dall’istruzione di base fino a quella particolare (professionale o accademica), tutti i futuri cittadini; una piattaforma che non escluda nessuno poiché in grado di cogliere le modalità dell’apprendere del singolo, ma semmai miri includere ed integrare  le diversità che sono espressione intrinseca dell’essere umano.

La scuola, a corti discorsi, “deve” essere attenta  ai cambiamenti e, soprattutto, deve far parlare di sé. Prova ne sia l’attuale dibattito in corso sulla scuola media la quale, operando a stretto contatto con l’adolescenza e, quindi, con una fascia d’età che “può spesso apparire problematica, estemporanea, talvolta deviante, ancor più spesso addirittura destabilizzante”, non può non accorgersi di quanto sia importante focalizzare la sua missione attorno alle varabili testé citate di mobilità e flessibilità, non soltanto alla luce di una possibile ridefinizione del sistema dei livelli, ma anche in funzione di un migliore interscambio tra le esigenze formative della scuola e quelle del mondo imprenditoriale.

Malgrado le difficoltà riscontrate e riconosciute da più parti nell’atto di formare gli adolescenti, non ci si può peraltro nemmeno dimenticare del fatto che questa tappa evolutiva forgia in qualche modo le personalità e, in alcuni casi, costituisce persino un primo abbozzo di “abito professionale” che già determina alcune scelte che ne orienteranno il futuro. D’altro canto, è pur vero che il valore predittivo di una scuola che opera nell’ambito di una realtà psicologica così mutevole, fluttuante e, per certi versi, sorprendente come quella di cui si occupa la scuola media  assume una valenza relativa che nulla ha a che vedere con le statistiche, le previsioni e le matematiche: in tal senso, ho visto giovani promettenti sul piano disciplinare cadere rovinosamente nel corso dei loro studi successivi, così come ho assistito all’evoluzione positiva e del tutto inattesa di studenti indisciplinati e “deboli” che hanno però avuto successo nella vita loro vita personale e professionale.

Il workshop del 15 febbraio 2014 a Rivera

L’opportunità di ‘parlarne’ è stata data dal workshop organizzato dal PLRT lo scorso 15 febbraio al quale hanno partecipato – rispondendo con grande senso civico – una moltitudine di “donne e uomini di scuola” che, congiuntamente ai politici, hanno dato il via ad una riflessione sulla scuola media,  segnatamente sul tema dei livelli, sul ruolo e sulla formazione dei docenti, sul possibile raccordo scuola-mondo imprenditoriale e sulle relazioni che intercorrono tra Comuni e Cantone. 

Senza entrare nei dettagli circa le risultanze emerse dagli intensi lavori, una prima constatazione è doverosa: è stato detto a più riprese che, nella scuola media attuale, qualcosa va cambiato. Giusto per tener fede all’integrazione delle differenze (anche quelle di opinione) in sede di dibattito, è importante sottolineare che non tutti concordano sulla panoramica d’insieme riguardante la scuola media. Con il rispetto che essere meritano, tenterò di sintetizzare le posizioni emerse in quanto segue.

Vi è, infatti, chi ritiene che la scuola media attuale non rispetti le individualità dei più dotati, considerando – per quanto attiene alle competenze/conoscenze - una sorta di livellamento verso il basso che non rende atto alle intelligenze di coloro i quali puntano all’eccellenza o ad una formazione di alto livello, costringendoli, ad esempio,  ad una forsennata e dispendiosa ripresa dei contenuti lacunosi prodotti dalla scuola media in occasione degli studi liceali.

Vi è però anche chi - come il sottoscritto - ritiene che una scuola possa definirsi “eccellente” o “di qualità” solo quando essa dia prova di saper  integrare anche i più deboli, agendo in funzione di una migliore comprensione delle loro risorse, non necessariamente quelle riferite  al profitto nelle varie discipline, ma in relazione ad altre attitudini quali il senso di responsabilità, l’autonomia, il rispetto, la motivazione e quant’altro.

Nel rispetto di tali differenze di vedute, ritenendo altresì opportuno salvare dall’esperienza passata i punti forti delle riforme scolastiche che si sono susseguite nel corso degli ultimi 40 anni, ma anche alla luce dei cambiamenti nel mondo dell’economia, delle leggi di mercato e degli stili di vita degli adolescenti e delle loro famiglie, è lecito pensare che – oggi più che mai – l’idea di una “scuola-piattaforma” che offra a tutti gli allievi pari opportunità  risponda alle esigenze di una società democratica che non punti all’esclusione ed alla separazione, ma al rispetto delle individualità, qualsiasi esse siano, a condizione però che queste siano fonte di benessere, soddisfazione personale e – perché no? – gioia di vivere. La nostra società, infatti, non ha solo bisogno di liberi professionisti e uomini di scienza ma necessita anche di bravi artigiani ed impiegati, soprattutto pensando ad un’economia che inizia a languire, più devota (come è) alla virtualità delle derivate bancarie che alla realtà delle scatolette di tonno sistemate sugli scaffali dei supermercati o alla bottega del calzolaio. L’adagio di Montaigne, in tal senso, ancora una volta, impera: “Meglio una testa ben fatta che non una testa bella piena”, fatto salvo che, sia in un caso che nell’altro, più del successo e dei riconoscimenti  vale il senso del benessere personale e della salute psico-sociale percepito dall’individuo che vive all’interno di una società.

L’annosa questione dei livelli: una questione mal posta, un linguaggio da rivedere

Ponendomi nella prospettiva delle famiglie, l’idea dei “livelli” si presta inequivocabilmente a comprensibili malumori, fino a destare nella popolazione ticinese il dubbio che, parlando di scuola media, non si tratti affatto di una scuola democratica. Visto da quella prospettiva, qualcosa di vero c’è!

Anche il mondo dell’imprenditoria non sfugge a tale pregiudizio, ma solo in modo parziale, in quanto – e lo dico poiché da anni mantengo contatti intensi con il mondo del lavoro – molti imprenditori valutano altre qualità ed attitudini che non hanno nulla a che vedere con i livelli, il profitto scolastico e le note di fine anno. Senso di responsabilità, affidabilità, rispetto e motivazione, in molti casi, costituiscono infatti valori prioritari sui quali costruire percorsi formativi gestiti dal grado di serietà e di professionalità delle aziende. In qualche caso, si tratta persino di una sfida resa spesso vincente da attenzioni particolari volute da imprenditori sensibili e consapevoli.

La scelta delle due materie a livello, segnatamente matematica e tedesco, nella pregnanza delle rappresentazioni che queste evocano nelle famiglie per il futuro e per le scelte future dei loro figli, ancorché comprensibile (se vista dagli addetti ai lavori), non può fare altro che suscitare in loro un senso di delusione. La dichiarazione di appartenenza ai livelli in due singole materie viene spesso vissuto dalle famiglie come la metafora del tutto, ovvero un’informazione allargata e diffusa alla totalità delle discipline impartite e tradotta spontaneamente in una formula che ha poco a che fare con il concetto di  parità dei diritti: “nostro figlio è da livelli B!”, con tutto il ferimento narcisistico che ne può conseguire. Come spiegare a quei genitori che la differenziazione in due materie non coincide affatto con il profilo globale del proprio figlio?  Come spiegare loro che, nell’armonia (o disarmonia) evolutiva dell’adolescente,  è praticamente impossibile eccellere in tutto? Come trasmettere loro l’esistenza di altre “aree” della conoscenza nelle quali loro figlio potrebbe manifestare il suo talento? Come dire loro che si tratta della fotografia del momento ma che le cose potrebbero cambiare in futuro?

Come dir loro, in sintesi, che la questione dei livelli, malgrado la generosità dell’offerta formativa della scuola ticinese, fa cilecca proprio nei meccanismi di mobilità e flessibilità che venivano annunciati nell’incipit del presente articolo? Perché, ad esempio - senza voler dare la priorità a due materie certamente importanti, ma che non costituiscono affatto l’unico serbatoio di conoscenze utili e spendibili ai sensi delle future professioni – non pensare di differenziare di più e, perché no, su tutte le materie? Non sarebbe più conveniente, in estrema sintesi, sostituire al termine ormai obsoleto di “livelli” quello più appropriato di “gruppi di apprendimento” che si muovono sotto l’egida dei concetti di mobilità e flessibilità (valutazioni iniziali attendibili, continuo monitoraggio degli eventi, dei  progressi e relativi passaggi da un gruppo all’altro in periodi prestabiliti)?

Il workshop  di Rivera, tra le tante cose dette, ha dato la possibilità a docenti giovani ed illuminate/i di presentare la loro attività in materie d’insegnamento quali l’italiano e la storia, mettendo in essere un’organizzazione del lavoro lungimirante, efficace ed incisiva, fornendo spunti di riflessione di fondamentale importanza per un allargamento di queste esperienze non soltanto alle classi da loro gestite, ma addirittura all’insieme degli allievi appartenenti ad un determinato anno scolastico. E’ ovvio che una tale organizzazione del lavoro presupporrebbe nei docenti maggiori capacità di osservazione e  di attenzione nei confronti degli allievi e, quindi, una maggiore conoscenza del loro funzionamento e del loro modo di apprendere. Forse, addirittura, presupporrebbe maggiori impegno ed investimento di energie da parte dei docenti, tema spinoso che rimanda direttamente alla necessità di una revisione del contratto di lavoro, non solo per quanto attiene alla retribuzione, ma soprattutto alla luce di un maggior riconoscimento della loro importante funzione in qualità di formatrici/ori.

Per tornare al  workshop di Rivera e senza entrare nei dettagli, è utile sottolineare quanto queste esperienze di insegnamento siano fortemente impregnate da quelle variabili di mobilità e flessibilità già ribadite  nel presente articolo, non tanto per una mia particolare inclinazione all’ ‘acribia intellettuale’, quanto per personale convincimento tratto da reali esperienze di differenziazione scolastica che offrono garanzie di riuscita paritaria a tutti gli allievi.

Per continuare la riflessione…..

In conclusione, differenziare di più non significherebbe creare più “livelli”, ma, in virtù dell’appartenenza ad un gruppo di apprendimento (considerazione dell’apprendimento ascendente, messa in atto di adeguati piani di recupero e/o di approfondimento), ciò permetterebbe di disegnare un profilo dell’allievo più aderente alle sue reali potenzialità. Laddove, inoltre, la ri-programmazione continua ed un accurato lavoro di recupero venissero garantiti dall’azione dei docenti ai sensi di un miglior monitoraggio degli allievi, non si esclude nemmeno una maggiore stabilità degli apprendimenti, garantendo per questa via un minor dispendio di energie negli anni successivi (sarebbe interessante a tale proposito analizzare le ricerche sul tema della  “stabilità” dei concetti nel tempo e la loro generalizzazione ad altri contesti).

All’interno di un sistema scolastico articolato su una differenziazione più estesa – quindi più mobile e flessibile - troverebbero posto le abilità di tutti gli allievi, nel rispetto delle loro caratteristiche individuali,  non trascurando l’idea di “dare di più” a tutti quegli allievi che intendono accedere agli studi superiori e che chiedono maggiori approfondimenti.

Mi si contesterà – immagino - che un tale sistema potrebbe anche sfociare in una certificazione finale (la Licenza SM) a più velocità. A fronte di questo ribadisco però che neppure una Licenza mancante (come sempre di più si sta verificando) o mortificata dalla sua validità di certificazione rappresentano la realtà  dei fatti né – tantomeno – rendono atto del grado di competenze raggiunto effettivamente dai singoli allievi.

L’idea di proporre una certificazione unitaria, accompagnata dal percorso e dal profilo che ne emerge, immaginando anche (e forse soprattutto) una maggiore incisività del servizio di orientamento scolastico nel secondo biennio, costituirebbero a mio avviso la chiave d’accesso per l’edificazione di una scuola “eccellente” e di “qualità”  che diverrebbe tale proprio perché in grado di costruire sulle individualità, qualsiasi esse siano. Certamente, in un tale contesto, sarebbe altrettanto auspicabile un flusso di informazioni ed un interscambio formativo più intenso tra la scuola dell’obbligo ed il mondo professionale, mondi che ancora a tutt’oggi si parlano poco.

 

Alberto Giuffrida

Docente  e Psicologo

Locarno-Muralto, 23 febbraio 2014

 

 

CARO AMICO LIBRO

Lettera ai gegnitori ed agli alunni in occasione della riapertura delle Scuole

(apparso su "La Regione", in data 28 agosto 2013)

Il prossimo 2 settembre si riapriranno le scuole. Quando pensiamo alla parola “scuola” tutti -  che siano bambini, giovani, adulti, genitori e professionisti di ogni genere - sono portati ad evocare alcuni  oggetti che in qualche modo la descrivono: le matite ed i gessi colorati, la lavagna, i quaderni, il campanello della ricreazione, tanto altro ancora  e, naturalmente, “i libri”. Proprio di questi ultimi vorrei parlare, nella speranza che queste mie parole giungano fino a voi e, soprattutto,  che le leggiate con la stessa spontaneità con cui le ho scritte, senza farvi cogliere dal timore di non capire. Non vi è infatti nulla da capire perché, se già state leggendo, siete immersi nell’argomento.

E per gli alunni aggiungo anche che, laddove qualcosa non  fosse chiaro in un libro che state leggendo, state certi che un docente, un genitore o un amico vi sarà sempre accanto, pronto a tendervi una mano, passo dopo passo, per fornirvi sia gli aiuti utili per capire sia  le chiavi di lettura; perché non vi è nulla di più bello che comprendere le stesse cose  in un mondo che diventa sempre più strano, dove si litiga per un nonnulla e non si tenta di capire ciò che l’Altro ci vuol dire. 

Un giorno, un caro amico, mi disse: “Hai letto questo libro? Se non lo hai ancora fatto, leggilo perché quelle pagine parlano anche della nostra amicizia! Vedrai, ci conosceremo un po’ di più!” Ed io – che non vedevo l’ora – già sentivo quel libro tra le mie mani, immaginando il profumo delle pagine nuove di stampa, il lucido della copertina, il viaggio che insieme avremmo fatto. Oh libro, caro amico libro, quanta compagnia mi hai fatto, quanto vuoti hai colmato ed a quante verità hai spalancato le tue porte! Quanti consigli in te ho trovato ed a quante anime gentili del presente o del passato hai concesso di penetrare negli interstizi della mia vita! Sei già qui, benché nessuno ancora ti abbia consegnato nelle mie mani, a far vibrare in me le tue passioni, i tuoi desideri, e con essi anche i tuoi sorrisi, le tue gioie e – perché no? – i tuoi timori. Senza di te, amico libro, che sei spartito di musiche sublimi o tela di pittori o sasso già scolpito, la vita sarebbe stata poca cosa.

Anche se credo  in un analogo   piacere nel leggere una pagina al PC – e qui chiedo scusa a chi si danna l’anima per inventare strumenti molto utili e sempre nuovi come Ipad, Iphone, ICluod e tanti altri che iniziano con la “i” –  l’amico libro, perché forse più umano, rimane unico, insostituibile e sempre caro. E già che ci siamo,  a proposito delle “i”,  neppure dobbiamo dimenticare che fra le tante ne vive una proprio accanto a noi: è la bella “i” di Italiano senza la quale  - ahinoi! – in altre materie, che siano la storia, le scienze o la geografia,  si rischia di marciar sul posto, e persino in matematica che non è altro che un linguaggio ed una scrittura, un altro modo per descrivere ciò che si vede ed intuire ciò che ancora non si sa.

Ed è sempre un gran piacere, caro libro, tenerti  tra le mani, la penna ed il taccuino  sempre accanto per sottolineare  la bellezza di quanto ci trasmetti ed a marcar le note, l’orecchietta in alto o in basso per fissare il segno dove chi ti legge si é fermato,  a ricordare  quindi anche la stanchezza e gli occhi che 'si chiudono da soli' poiché, ahinoi, leggere può costare anche fatica! Ma quanto affascinante e magico è però rivivere i personaggi e i luoghi di cui ci parli, l’intensità delle emozioni e tante altre cose belle che, proprio perché le dici tu che portavoce sei di chi le ha scritte, resteranno scolpite ancor più vive e a lungo nella mente di chi ti leggerà!

E, un giorno o l’altro, riguardando la fila dei libri letti o ancora intonsi allineati nella nostra biblioteca personale, sarà possibile, grazie a te, ritracciare la storia di chi siamo stati e di chi siamo, e forse anche immaginare chi vorremmo essere e chi saremo quando colmeremo nella stessa fila un posto ancora vuoto.

Alberto Giuffrida

Psicologo e docente

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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